Gohan, il 13enne malato di cancro che ha fatto impazzire il Madrigal

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Trenta secondi, quattro passaggi, una corsa verso il centro dell’area; poi una finta, il portiere da una parte e lui dall’altra.
Una ruleta, figlia del miglior Zidane, prima di un gol che fa impazzire tutti: tifosi, compagni di squadra, persino avversari.

 

Potrebbe racchiudersi in quei soli trenta secondi la storia di Gohan.
Colombiano, 13 anni, in Spagna, più precisamente a Valencia, da quando ne ha sei; da quando i suoi genitori Luis Eduardo e Ayda scavalcarono l’oceano per regalarsi e regalare al figlio un futuro migliore.
Emigranti, ma praticamente al contrario.
La vita di Gohan, però, in Sudamerica o in Europa, non sembra tanto facile: appena arrivato in Spagna la scoperta del primo cancro, superato dopo anni di battaglie.
Alcuni mesi fa, una nuova brutta scoperta: quel sarcoma di Ewing che ha fatto sprofondare di nuovo nel buio lui e la sua famiglia.

 

Non tutto, però, può andare per il verso sbagliato.
Perché Gohan, a soli 13 anni, ha potuto realizzare il sogno di migliaia di bambini, malati e non.
Quei bambini che ogni fine settimana guardano a bocca aperta i loro campioni giocare sui campi della Liga.
È stato il Villarreal ad offrirgli una chance: “Gioca con noi, per tutti i bambini che vorrebbero farlo al posto tuo”, gli hanno detto.
Non se l’è fatto ripetere due volte Gohan, che a quegli occhi vispi e pieni di speranza ci aggiunge due piedi niente male.
E così viene invitato dalla squadra a prendere parte all’amichevole disputata al Madrigal contro il Celtic Glasgow.
Arriva agli spogliatoi, saluta i suoi idoli, poi si cambia e scende in campo: la numero 12 risplende durante il riscaldamento e al momento del fischio d’inizio.
Poi quella corsa, quel gol e quell’esultanza che Gohan non potrà mai dimenticare.
Festeggiato come una stella che ha compiuto in volo il suo sogno.

 

“Tutto quel che è successo negli ultimi giorni è stato importante per lui. Dopo tutto quello che ha sofferto e soffre, c’è anche qualcosa per cui gioire”, dice la famiglia.
“Non ho dormito in queste notti, ho sempre sognato questo momento. Sono in un sogno” fa eco lo stesso Gohan.
Il minivideo-documentario girato dalla società spagnola racconta meglio di ogni altra parola la sua notte da sogno.
E racconta bene quanto lo sport ed il calcio, in realtà, vadano ben oltre i gol e i risultati di ogni domenica.

 

 

 

 

 

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CHAMPIONS LEAGUE – I 5 motivi per cui non perdersi Real Madrid-Atletico Madrid

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Poche ore, poi Lisbona si trasformerà in Madrid.
La Torre di Belem assumerà i tratti di una fontana, ma non si sa ancora se sarà quella in cui festeggeranno i tifosi del Real o invece quelli dell’Atletico.
Ecco, a mio parere, perché stasera non bisogna staccarsi dalla Tv e godersi la partita.
Buona finale.

 

1 – Perché, in un modo o nell’altro, siamo davanti alla storia: quante volte è successo ritrovarsi davanti a due squadre della stessa città che si giocano il trofeo più importante del continente?

2- Perché se il Real vince alzerà al mondo la decima Champions della sua storia, un traguardo non proprio raggiungibile per tutti.
E Ancelotti per la gioia mangerà tutti gli avversari.

3 – Perché se l’Atletico vince alzerà al mondo la prima Champions della sua storia, e sarebbe super meritata.
E Ancelotti, per il dolore, mangerà tutti i suoi giocatori.

4 – Perché si ritroveranno contro due filosofie di calcio belle, vincenti, ma diametralmente opposte.
Da una parte, la classe al potere del Real. Dall’altra, un ‘conjunto’ perfetto, una squadra che pare un unico corpo, figlia delle idee di un allenatore in rampa di lancio.

5 – Perché se il Cholo vince se le porta a letto tutte stanotte. Il Portogallo tutto è avvertito.

 

 

Avevo una speranza. Poi ho visto i bambini allo stadio della Juve

Premessa.
Io non ero d’accordo su questa cosa dei bambini per riempire le curve vuote; ero d’accordissimo.
Ragazzini che si approcciano allo sport e che magari molte volte restano a casa perché lo stadio “è roba da grandi”, avrebbero riempito splendidamente una curva, una tribuna, o qualsiasi altro settore.
Ma dopo aver visto quanto successo durante la partita Juventus-Udinese, coi mini-ultras entusiasmati a gridare un sonoro “Merda” – tradizionale epiteto per un estremo difensore che si accinge al rinvio – al povero Brkic, non solo ho cambiato idea, ma ho perso pure la speranza.
La speranza che questo Paese, in fondo, potesse avere ancora una speranza.

bambini

È ignobile, vergognoso, abietto.
È quanto di peggio ci si potesse aspettare.
È un calcio nelle parti basse di chi aveva avuto quell’idea, di chi l’aveva proposta, di chi l’aveva appoggiata.
Perché un bambino che guarda una partita deve fare tutto, ma non può gridarti “Merda“.
Perché in fondo se lo fa il bambino avrà pur ascoltato da qualcuno, no?
Perché se quella razza inferiore, becera, infima che sono i tifosi di mezzo mondo, non ha problemi a denudare cliché e tabù dinanzi a 13enni, allora siamo alla frutta.

Qualche anno fa mi imbattei in una notizia curiosa: per evitare la violenza negli stadi polacchi, la federazione aveva pensato bene di mandare un numero assai elevato di giovani o meno giovani prelati in mezzo agli ultras che puntualmente mettevano a ferro e fuoco gli impianti.
Nel giro di poche partite le violenze si dimezzarono.
In Inghilterra, invece, sono bastate poche settimane di botte – ma botte vere però – da parte della polizia per dare il la alla repressione degli hooligans.

Considerando che in Italia non abbiamo una forza di polizia che possa permettersi le stesse cose (scoppia un caso se un poliziotto procura un graffietto ad un pluripregiudicato, tanto che Barbara D’Urso ci riempie le scalette di mezza stagione, figurarsi una sana mazziata ad un tifoso un po’ ‘irruento’) e che manco i bambini attutiscono l’impatto di un’ignoranza dilagante, qual è la soluzione?

Non lo so.
Io, nel frattempo, ho perso la speranza.

Pallone d’Oro, perché tanti problemi?

Rieccoci ancora, dopo un anno.
Con l’approssimarsi di dicembre, del freddo, di Natale, torna puntuale la domanda/dibattito che i calciofili di mezzo mondo solo soliti porsi: “Chi merita il pallone d’Oro?”
Ci fosse una risposta unitaria non saremmo in un mondo giusto: ognuno ha le sue idee, ognuno le sue preferenze.
Ma mai come quest’anno la disputa pare essere accesa e irrisolvibile.
Perché?

Per ogni stagione che passa è sempre più difficile stabilire una graduatoria di merito.
Questo perché sempre più lampante si fa la “vacatio legis” che agisce intorno a questo premio.
Chi vince la Coppa del Mondo è perché si è aggiudicato una finale, chi vince la “Scarpa d’Oro” è perché ha segnato più di tutti in un determinato arco di tempo, chi vince il “FIFA Puskás Award” è perché ha segnato il gol (secondo chi giudica) più bello della stagione.
Ma quali sono i criteri di decisione per l’assegnazione del Pallone d’Oro?

Nessuno, tantomeno i vertici UEFA, hanno mai precisato nulla sull’argomento.
L’idiosincrasia è ampliata poi da quando, nel 2010, il premio è stato fuso con il “FIFA World Player of the year”, dando vita ad una ‘mezcla‘ caotica che ha solo complicato le cose.
Indicativo il parere del telecronista spagnolo che ascoltavo commentare Svezia-Portogallo di qualche giorno fa: “Non so se vincerà il Pallone d’Oro, ma Cristiano è attualmente il più in forma del pianeta. D’altronde questo premio l’ha vinto Cannavaro e non Maldini, quindi nulla può darsi per scontato..”

Germany Soccer Champions League

Se consideriamo che l’assegnazione valga il numero dei trofei vinti nell’ultima stagione, allora ecco che non c’è Cristiano Ronaldo che tenga: Ribery sarebbe in questo caso il simbolo di un Bayern cannibale che ha fatto incetta di vittorie nella stagione passata.
Se, invece, siam sicuri che questo è un premio che va assegnato a chi nell’ultima stagione è stato individualmente il migliore, ecco che se ne può parlare, e ovviamente il portoghese di prima potrebbe avere più di una voce in capitolo.
Ma c’è un altro criterio: perché se vogliamo che ad alzare il Pallone d’Oro sia sempre il più forte in assoluto ad aver calcato i campi negli ultimi 12 mesi potremmo stare qui a discutere giorni e giorni su chi sia il migliore.
Per me dovremmo fare un abbonamento a quello che veste la ’10’ a Barcellona.

PS. I problemi di questo premio si avvertono dalla notte dei tempi. Per sciocchezze burocratiche oggi si ritrovano un premio da intitolare al più forte del mondo senza averlo dato, trent’anni fa, al più forte della storia.
Corsi e ricorsi storici, diceva Vico.

53 volte Di(eg)o. Una ’10’ contro i mascalzoni del mondo

Lo scopo, per uno che vuole farsi ricordare come il migliore di sempre, sarebbe quello di farsi apprezzare da tutti.
Amici e nemici. Compagni e avversari.
In questo, e in molto altro, è sempre riuscito Diego Armando Maradona.
Il peccato non è tanto che come lui non ne nasceranno almeno per i prossimi duemila anni, quanto che quel suo carisma, quella sua voglia di metterci la faccia, farebbero bene in molti ambiti del nostro mondo.

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La storia di Diego parte da Villa Fiorito, si sviluppa a Buenos Aires, passa per Barcellona, sboccia a Napoli e s’illumina d’immenso a Città del Messico.
È bello, ma non facile, raccontarne la parabola. Come tutte, fatta di alti (tanti), bassi (altrettanti), ma ma medi; lui che uomo di mediocrità proprio non è.
Le vittorie facevano il paio con la droga, il talento con gli scandali, la storia del calcio con i continui problemi che doveva portarsi dietro.
In questo caso non vale “Genio e sregolatezza”; Diego era, ed è, solo Genio.
Un Genio che dentro e dietro non ha mai avuto la capacità di limitarsi, perché limitarsi significava non essere Maradona.
Ma se uno da bambino dice di avere il sogno di “Giocare con l’Argentina e vincere la Coppa del Mondo” ci sta, il punto è che anni dopo ci è riuscito, portando in vittoria il Paese.
Si, perché con Maradona in campo, in quel lontano ’86, non c’erano altri dieci giocatori, ma piuttosto tutta la nazione, il cui peso non schiacciava le spalle del numero 10, ma anzi le allargava, abbassandone il baricentro.
Lo stesso baricentro che parte da centrocampo, ne supera uno, due, poi tre e ancora quattro prima di scalzare il portiere e mettere in porta il gol che tutti, a ragion veduta, considerano “del secolo”.
Morales, commentatore di quella partita, ha avuto la fortuna e, insieme, la sfortuna di ritrovarsi dinanzi ad uno spettacolo che non puoi raccontare.
Non ci sono parole, mai ce ne sono state per Maradona.
L’unica che i tifosi del Napoli gli ripetono da trent’anni è “Grazie“.
Perché Diego ebbe l’ardire e l’ardore di vincere dove nessuno era riuscito, di trasformare la Curva B in una “torcida”, di rendere Napoli provincia i Buenos Aires.
Dal primo all’ultimo giorno, il re incontrastato di un popolo che, vista l’assenza di alternative, gli affidò le chiavi del destino, quantomeno sportivo.
Oggi Diego è considerato ancora un Dio. Uno di quelli che potrebbe far di tutto ma mai mettere in discussione il suo status di divinità.
Dalla “Mano de Dios” con l’Inghilterra, alla punizione con la Juve, il gol con la Lazio, gli Scudetti, le Coppe, il Mondiale, tutti i tifosi di calcio conoscono le sue gesta.
Non sarà stato l’uomo perfetto, ma è amato, apprezzato, stimato da tutti.
Solo i più grandi possono. Solo il più grande può.

Lunga vita a Diego, dunque, a 53 anni esatti dalla sua ‘venuta’.
E lunga vita anche a chi, come il sottoscritto, è venuto al mondo proprio mentre lui scriveva gli ultimi capitoli della sua carriera, ma è come se lo avesse sempre visto in campo.
O a chi, come Francisco Cornejo, suo primo allenatore ai tempi dell’Argentinos Juniors, aveva già capito tutto: “Non ho scoperto io Maradona, Maradona non si può scoprire. Maradona te lo manda Dio.”

Il ‘caso’ Inter – Siete sicuri che siano gli stessi di un anno fa?

Cinque partite non saranno sicuramente una stagione, ma se è vero come è vero che ogni partita fa storia a se, allora è vero anche che qualcosa si è pur già intravisto.
Nella matassa di squadre che attualmente occupano i piani alti della Serie A, non è poi così strano vederci l’Inter, una delle più nobili signori del nostro calcio, squadra che – ricordo e sottolineo – appena tre anni e tre mesi fa alzava al cielo di Madrid, a pochi chilometri dal sottoscritto in questo momento, la Champions League, la terza della sua lunga storia.
Quello che fa strano, agli occhi di chi la classifica la vede con un po’ di raziocinio, può essere il fatto che nella chiusura della scorsa stagione abbiamo lasciato l’Inter nona in campionato, fuori da ogni competizione europea e con OTTO sconfitte nelle ultime NOVE giornate di campionato.

FC Internazionale Milano v CFR 1907 Cluj - UEFA Europa League Round of 32

Le ragioni di quel tracollo verticale sono state esaminate e pubblicizzate dai più.
L’Inter aveva scommesso su un allenatore novello, Stramaccioni, aveva una serie di difficoltà societarie che – forse – si concluderanno con il passaggio presidenziale da Moratti a Thohir e, soprattutto, riuscì ad avere tra gli infortunati oltre dieci giocatori che stabilmente erano in campo o comunque i primi rincalzi per larghi tratti della seconda parte di stagione.
Nessuno, me per primo, ha mai detto che non ci fossero anche le colpe dell’allenatore dietro un campionato così scadente, ma, per come l’ho sempre vista, non dev’essere facile per il gestore di una squadra ritrovarsi senza dieci e oltre giocatori utili a quello che devi fare ogni domenica.
Se, poi, dietro questa grave situazione degli indisponibili c’era anche la mano dello stesso Strama, questo non potremo mai saperlo, né mai ci sarà la riprova del fatto che, senza quel numero di infortunati, l’allenatore romano avrebbe potuto fare meglio. O peggio, anche.

 

È scorretto, però, nei riguardi di tifosi, addetti ai lavori e dello stesso allenatore della scorsa stagione, dire che quest’anno la squadra sia “La stessa dello scorso anno, più Campagnaro…”, come da più parti ho sentito.
In primis, per un fatto numerico: Campagnaro non è l’unico neoacquisto tra i titolari.
In secundis, perché a distanza di pochi mesi l’intero pacchetto di allenatore e staff al seguito è cambiato. In meglio o peggio che sia.

 

Per una dimostrazione rapida e lampante ho deciso allora di mettere a confronto le due formazioni.
Quella di Stramaccioni nel suo punto per me più basso, avendola constatata da vicino, ovvero quella del 5 Maggio 2013, sconfitta in casa del Napoli per 3-1.
Quella di Mazzarri, nel suo punto, ad ora, più alto, ossia il 7-0 rifilato al Sassuolo in trasferta.
Ecco quanto:

Inter 2012/13: Handanovic; Ranocchia (38′ st Schelotto), Chivu, Juan Jesus; Jonathan, Benassi (1′ st Cambiasso), Kovacic, Kuzmanovic (38′ st Pasa), Pereira; Alvarez, Guarin.
A disposizione: Carrizo, Belec, Ferrara, Spendlhofer, Garritano, Forte. All.: Stramaccioni.
Inter 2013/14: Handanovic; Campagnaro, Ranocchia, Juan Jesus; Jonathan (66′ Wallace), Guarin, Cambiasso, Taider (56′ Kovacic), Nagatomo; Alvarez; Palacio (54′ Milito).
A disposizione: Castellazzi, Andreolli, Belfodil, Icardi, Kovacic, Kuzmanovic, Wallace, Milito, Samuel, Pereira, Rolando, Olsen. All.: Mazzarri.

 

Anche un non intenditore potrebbe vedere la differenza netta tra le due formazioni.
Cinque giocatori su undici sono completamente diversi. A questo dato bisogna aggiungerci poi che la campagna acquisti prima (praticamente nulla per Stramaccioni, più o meno viva per Mazzarri) e i non infortunati poi fanno nettamente la differenza.
Il romano si presentò al San Paolo con QUATTORDICI giocatori indisponibili, senza un attaccante di ruolo, e con in panca alternative del calibro di Belec e Garritano.
Per il toscano, invece, l’inserimento di Campagnaro e Taider, l’avere in panca giocatori di tutto rispetto come Milito, Icardi e Samuel, fanno sicuramente storia a se.

milito

Ad attestare ancor di più questa tesi, bisogna dire che l’Inter dello scorso anno non era poi così lontana dai nerazzurri di oggi in avvio di stagione.
La formazione di Mazzarri ha oggi collezionato 13 punti sui 15 disponibili.
Quella di Stramaccioni un anno fa ne aveva messi in saccoccia 9 su 15. E ne avrebbe collezionati tantissimi altri, restando per tutto il girone d’andata in lotta per lo scudetto, proprio come, forse, farà la formazione oggi in campo.
Strama vinse il suo primo derby (1-0 al Milan il 7/10) dopo aver battuto la Fiorentina “dei miracoli” di Montella, interruppe la striscia quasi record di non sconfitte per la Juve andando a vincere in trasferta (per 3-1 il 3/11) e sconfisse anche il Napoli che finì secondo (2-1 il 9/12).
Quella squadra batté due volte il Catania, in casa e fuori, vincendo al Massimino proprio come quella di oggi (3-2 il 3/3).
E non segnò mai sette gol in una sola partita perché il Sassuolo non c’era.
È evidente che nel calcio la memoria sia un po’ troppo breve. Ma fortunatamente se verba volant è certo che scripta manent.
E a me la roba scripta piace.

 

Calciomercato 2013 – Lo spettacolo dell’ATA come non l’avete mai visto (o pensato)

Sul treno del ritorno è sempre più facile tirare le somme.
Tre giorni, quasi completi, uno interamente speso tra quattro mura. Che poi quattro non sono.

Fonte: Gennaro Arpaia

Fonte: Gennaro Arpaia

Arrivi al mattino, ore 9.27.
Nella hall dell’ATA Hotel Executive di Milano, via Don Luigi Sturzo, zona Porta Garibaldi, non c’è quasi nessuno.
Alla spicciolata arrivano pian piano tutti: i primila stampa, accanita nel trovare notizie che manco esistono, i secondi gli agenti, quelli che in poche ore devono mettere a posto il futuro prossimo loro e dei ragazzi malcapitati di cui tengono le redini.
Nella notte Kakà e Galliani hanno brindato perché per l’ennesima volta hanno fregato il Real Madrid. Contento Perez, contenti tutti.

 

Alle 11 l’albergo comincia a riempirsi, tre sono i livelli su cui si svolge il tutto: il piano terra, in cui l’accesso è in gran parte libero e consente il nascere o il chiudersi delle trattative, il piano inferiore, in cui la stampa più nota riempe le ultime 16 ore del mercato con dirette su dirette a favore di chi è a casa, il primo piano, una sorta di girone dantesco in cui i poveri esponenti della stampa non possono arrivare e concesso ai soli operatori di mercato che, ho immaginato io, sono li a menarsela e a ridere di chi è giù a pensare “chissà che fanno questi“, quando in realtà sono sopra a giocare a carte o a scambiarsi opinioni sulle ultime mutande che Calvin Klein ha fatto uscire.
Dossena va al Sunderland, nel frattempo, e da Napoli arrivano gli urrà dei tifosi.

 

Ore 12, apre il buffet.
È solito a Milano, a quell’ora è già pranzo, ma mettono in difficoltà chi come me ha colazionato abbondantemente e si ritrova ora a dover dir di no incondizionatamente a tutto.
Con la fortuna che mi ritrovo, però, il buon servizio catering va avanti quasi senza soste fino alle 14.30, per la buona pace di chi come il sottoscritto è giunto al languorino successivamente.
Si sparge la voce di un mega scambio Gila-Juve, Quagliarella-Roma, Borriello-Genoa.
Chissenefotte, abbiamo ancora da digerire i salamini Beretta gentilmente offerti con tanto di sponsor.

 

Ore 15, si comincia a fare sul serio.
I direttori sportivi e gli agenti hanno capito l’andazzo: anche quest’anno non ci sono soldi per cantare messe, almeno quelle migliori.
Kakà ha superato le visite mediche, tra le lacrime di Galliani che potrà sentirsi ancora una volta responsabile se Berlusconi dovesse ancora avere qualche voto al prossimo turno elettorale, e alla fine sapremo tutti che è stato il primo e l’ultimo colpo che merita questo nome negli ultimi giorni di mercato.
Insomma, quest’anno Kakà farà il nostro campionato e, d’altra parte, il nostro campionato farà Kakà.

 

Ore 17, in arrivo l’esaurimento.
Dopo 7 esclusive, 15 interviste, 569 indiscrezioni e 1859 affari che sembrano sul punto di concludersi ma in realtà non si concluderanno mai, insieme a due colleghi cerco di rinnovare l’ossigeno in corpo, ormai sempre lo stesso da quasi otto ore.
Birretta in Corso Como. Milano ti accoglie con un sole abbastanza convinto e redditizio. Il solito extracomunitario – lungi da me ogni discorso razzista, ma hanno in mano la città – ti serve da bere e tu a tavola sei seduto con altre due persone e 15 piccioni autoinvitatisi al convivio.
Mentre sorseggi e scambi due chiacchiere che niente hanno a vedere con lo sport, gli stessi agenti e procuratori presenti all’ATA nelle ore precedenti passeggiano nei loro completi tenuti in caldo apposta per l’occasione, scambiano opinioni, concludono affari milionari con la stessa semplicità con cui voi andate a comprare Il Mattino dal giornalaio sotto casa.
Beati loro.
Nel frattempo Kakà fa emozionare circa 600 milanesi e milanisti in via Turati. Ho l’impressione che i sentimenti valgano più nello sport che negli altri aspetti della vita..

 

Ore 19, l’aperitivo.
Che poi è una cena che si protrarrà sino alle 22.
È sostanzialmente la stessa roba che servivano al mattino, solo che al posto di Cotto e Bresaola c’erano finiti Salame e Crudo. Rigorosamente marchiato Beretta.
L’apericena va avanti così, e gli addetti ai lavori si gonfiano lo stomaco appena dopo o prima essersi gonfiati il portafogli.
Rai e Sportitalia si accodano a Mediaset e Sky nelle loro dirette.
Avessi visto un giornalista di una testata salutare anche solo con un cenno uno che lavora in un’altra.
Niente.
Non è un mestiere, un’arte, una professione. È tutto un mors tua e vita mea ventiquattrorealgiorno e trecentosessantacinque giorni l’anno.

 

Ore 23. Il Gran Premio dei furbastri.
Sono appostato a due metri da quella che è l’entrata della famosa ‘Stanza dei Contratti‘, la sala in cui vanno depositati i contratti, firmati e controfirmati, in tempo per essere sicuri della loro validità.
Al countdown dei dieci minuti si scatena il panico, con agenti che volano su per le scale, direttori sportivi che con gli occhi lucidi appongono le ultime firme correndo, calciatori commossi per essere riusciti a portare i loro talenti a Domodossola o a Roncobilaccio.
È una gara vera e propria, e la cosa migliore è vederli poi all’uscita soddisfatti, commossi, delusi, esterrefatti, quasi sempre provati da un lavoro che poi lavoro non è.
Si sparge la voce di Donadel mandato – mi verrebbe da dire ‘appioppato’ – al Verona. Chiediamo conferme, vediamo il contratto entrare in stanza in tempo e nel cuore scoppia la gioia. All’uscita Bigon sembra un reduce della battaglia di Magenta, ma il suo entourage conferma.
Alla notizia, i fuochi d’artificio di Fuorigrotta sembrano risplendere sino a Quarto Oggiaro.

 

Dopo una veloce escursione ai Navigli meneghini – dove le ragazze che c’erano (poche, per carità, è lunedi e a mezzanotte sono già tutti rintanati dal coprifuoco) ti guardavano pensando fossi un ricco manager appena uscito da un chissà quale summit delle Nazioni Unite per lo stile sobrio di pantalone e camicia – mi rimetto a letto pensando di non aver mai visto una cosa del genere.
Uno spettacolo nello spettacolo che dall’altra parte della Tv neanche t’immagini. E in qualche caso puoi anche risparmiartelo.