Basket – La lettera aperta di Petrucci per salvare il movimento italiano

Il presidente della FIP Giovanni Petrucci ha scritto una lettera aperta al ministro per gli Affari Regionali, le Autonomie e lo Sport Graziano Delrio per la revisione della legge 91/1981. Ecco il testo qui di seguito

Roma, 25 novembre 2013

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Signor Ministro,

Mi affido ad una lettera aperta non avendo altra possibilità per raggiungerLa diversamente.

Faccio seguito al mio recente intervento al Consiglio Nazionale del CONI alla Sua presenza, del Presidente del Consiglio e del Ministro Lorenzin per chiarire e ribadire la situazione del basket italiano.

Il basket è lo sport che, dopo il calcio, alimenta le scommesse sportive, che insieme agli altri concorsi pronostici finanzia lo sport italiano e che, sempre dopo il calcio versa rilevanti somme all’Erario, anche a seguito di un rispettato accordo firmato con l’Agenzia delle Entrate.

E’ chiaro che stante l’attuale situazione economica anche le società sportive di base soffrono di una seria crisi.

Ribadisco quindi che le sedici società professionistiche attraverso la FIP chiedono una revisione della legge 91/81, datata trentadue anni fa, con tutti i cambiamenti che sono avvenuti nel Paese e nello sport.

I problemi e la situazione del basket professionistico sono diversi da quelli del calcio, mentre la su richiamata legge unifica le due discipline.

Il basket è uno sport gradito dai giovani, come viene attestato dal numeroso pubblico che settimanalmente riempie i palazzetti dello sport e che per spettatori è preceduto solo dal calcio.

Questo movimento ha “laureato” quattro grandi campioni che sono i nostri ambasciatori nella NBA.

Signor Ministro, peraltro vive in una città dove per merito della storica Pallacanestro Reggiana è confermato questo amore.

Se, come sembra, la legge sugli impianti sportivi, sarà approvata entro l’anno, gli eventuali benefici però delle società che costruiranno impianti saranno riscontrabili dopo diversi anni, mentre quelli della modifica delle legge 91/81 potrebbero essere contestuali all’approvazione.

Al CONI del Presidente Malagò non possiamo rimproverare assenze perché studia interventi nel mondo professionistico, ma come si sa, le leggi sono varate dal Parlamento.

E’ bene chiarire però, che il bilancio della FIP è alimentato dall’80% di risorse proprie e dal 20% di pubbliche. Ora però non possiamo chiedere di più a queste società.

Signor Ministro, bene conosco le priorità del Governo e i molteplici impegni del Suo Ministero, certamente più urgenti dei nostri, peraltro sono Sindaco di una bella città che giornalmente constata le gravi difficoltà dei cittadini.

Questa modifica però comporta pochi o nessun onere per lo Stato.

Vengo anche io dal mondo del calcio e lo so bene: la politica si movimenta spesso solo per questo sport.

Signor Ministro, smentisca quanto si è verificato finora.

In altri paesi non è così.

Il basket non si abbandona alla rassegnazione.

La ringrazio per l’attenzione.

Cordialmente,

Giovanni Petrucci

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NBA – Il nuovo video-promo targato Linkin Park e Steve Aoki

La NBA lancia il nuovo promo a pochi giorni dal Tip Off della Regular Season.
Le immagini delle stelle della Lega con la musica di “A Light That Never Comes”, brano dei Linkin Park con Steve Aoki.

 

Allen I, l’ultimo grande uomo

Nella mia vita da cestista, praticante prima e appassionato narratore dopo, due sono gli sportivi che mi sono rimasti dentro: Kobe Bryant ed Allen Iverson.
Per capire il senso della mia affermazione bisogna fare un piccolo (?) salto indietro.
Giugno 2001:  giocavo da tre anni ormai, però nella testa di un ragazzino di dieci non sempre è chiaro quel che si fa.
Neanche a me lo era, né mi pareva possibile che dall’altra parte del mondo giganti dello stesso sport da me praticato potessero sfidarsi in quella che poi ho scoperto essere la Lega più bella del mondo.

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Non avevo un computer, internet non era ancora entrato in molte delle case che oggi viaggiano in rete, e l’unico modo di poter accedere alle news d’oltreoceano, per un ragazzino di dieci anni, era aspettare il sabato pomeriggio, quando sul terzo canale Rai andava in onda “NBA Action”, una “rubrica settimanale di highlight che comprende anche le ultime informazioni dalla Lega e un riepilogo delle migliori azioni della settimana in archivio“, come specificato da questo ARTICOLO che ho ritrovato parecchi anni dopo.

Seguì tutta la Regular Season, e affanculo il riposo del sabato pomeriggio, forse il momento di massima ribellione nella mia piatta pre-adolescenza.
Non ricordo quanto tempo durasse: mezz’ora, un’ora, forse due, comunque sempre troppo poco per placare la fame di NBA.
Caso volle che alle Finals del 2001 mi ritrovo davanti questi tre qui, in ordine di apparizione: “From Philadelphia, the number 8, Kobe Bryant”, “From Lousiana State University, with the number 32, Shaquille O’Neal” e “From Georgetown, with the number 3, Allen Iverson”.
Mi innamorai di tutti e tre.
E per quanto il mio cuore volesse sanguinare “Purple&Gold”, non poteva non emozionarsi per le giocate di quello alto 180 centimetri, se proprio ci si sforza.
Furono Finals epiche, però alla fine vinsero i più forti e i più deboli tornarono a casa con le ossa rotte.
Ma la Gara 1 che si giocò allo Staples l’avrò vista e rivista almeno cento volte in vita mia: è una delle dimostrazioni che il mondo ci ha dato del “Se vuoi, puoi”.
Dio aveva vestito la numero 3 di Phila, quella notte, per mostrare a tutti il talento di Allen. E l’aveva fatto altre volte anche prima di quella partita, dalla Semifinale di Conference in 7 partite contro i Raptors fino alla Finale di Conference contro Milwaukee, vinta sempre in Gara 7.
La cosa paradossale è che quelle Finals saranno per AI il punto più alto della sua carriera, ad appena cinque anni dall’entrata nella Lega.
Mai più ritroverà una stagione così lunga, mai più una squadra disposta a giocare per lui e con lui. Nonostante anni di medie realizzative alte, di magie, di dimostrazioni al mondo che “Io sono io e voi non siete un cazzo, perché quando voglio vengo a schiacciarvi in testa”.

La fine della sua carriera non è stata decorosa quanto l’inizio.
Ma anche se non lo vedremo più su un parquet, le lezioni che AI ha dato al mondo dovrebbero essere patrimonio dell’UNESCO.
Come gli scavi di Pompei o il gol di Maradona contro l’Inghilterra.

Post Scriptum: al primo anno di Liceo, quindi tre anni dopo quelle Finals, avrei voluto fare le treccine ai capelli esattamente come lui.
Mia madre mi fermò – e menomale – ma non m’impedì di portare dentro una parte di AI. Una parte che tutti gli appassionati porteranno sempre con loro.

 

#NBA – Western Conference preseason ranking

Episodio 2 del Ranking NBA prima ancora della prima Palla a Due, prevista tra 48 ore. Ora più, ora meno.
Stavolta, con un salto immaginario da destra a sinistra, ci spostiamo sulla costa Ovest; quella più combattuta, più equilibrata, più movimentata.
Qui, ancor di più, vale l’appello fatto per il precedente episodio: va tutto preso con le pinze, perché questi qui fanno saltare il banco sempre.

 

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1- SAN ANTONIO SPURS – Ancora una volta, e nonostante una non positivissima preseason, il primo posto è loro.
Perché? Perché sono una sicurezza, perché non hanno sfasciato nulla, ritoccando anzi il roster in modo intelligente, perché non hanno l’Anello al dito solo perché a qualche Dio del basket è parso bene sfiorare il pallone di Ray Allen trasformatosi in tripla.
Duncan-Parker-Ginobili avranno un anno in più, è vero, ma le forze fresche non mancano: primo tra tutti Belinelli, che in un sistema così intelligente non può che migliorare e fare bene, ma anche Green, Splitter, De Colo.
Occhio a Leonard. Per me il Pippen del XXI secolo.

2- OKLAHOMA CITY THUNDER – Hanno uno dei fenomeni della Lega, che probabilmente può fare il tiranno negli anni che verranno, hanno uno dei play migliori, aspettando che torni dall’infortunio, e un sistema collaudato.
Che Kevin Durant voglia smetterla di sentirsi ‘eterno secondo’ è certo, ma tutto deve girare intorno a lui: qualità e fisico ci sono, serve solo fortuna e continuità, annessa all’esperienza. E al talento di KD.

3- HOUSTON ROCKETS – I Rockets sono un po’ la Brooklyn dell’Ovest, un progetto che vuole vincere, ma più intelligente e ragionato rispetto ai Nets.
La squadra dello scorso anno è stata migliorata, non solo per Howard: Parsons potrà dimostrare tutti i miglioramenti, Lin dovrà tenere gli standard che ci si aspetta, l’inserimento di Casspi può essere colpo intelligente, Asik in panca è un lusso.
Harden è ad oggi uno dei migliori cinque della Lega, e non è cosa da poco. Non so se sono una contender, ma si divertono di sicuro quest’anno.

4- GOLDEN STATE WARRIORS – Un anno fa non l’avremmo mai detto, eppure eccoli qui coi piedi appena fuori dal podio. Non scalzano Houston solo per una questione d’esperienza, altrimenti ci sarebbe da riflettere.
Se Curry continua a dimostrarsi predestinato, con Thompson, Lee, Bogut e da quest’anno anche Iguodala, nulla è è impossibile.
Il Fattore X che può far saltare il banco è il palazzetto: giocare i Playoff alla Oracle Arena è infernale per tutti.

5- MEMPHIS GRIZZLIES – Gasol e compagni tornano per alzare ancora una volta l’asticella di quanto fatto la stagione prima. Il roster è più o meno quello dello scorso anno, e Koufos può essere valore aggiunto se sale ai loro livelli.
Il quintetto è una certezza, così come è certo che giocare contro gli Orsi sarà difficile per tutti.

6- LOS ANGELES CLIPPERS – Sono stati troppo altalenanti per metterli più in alto. In più, quest’anno si riparte da zero perché, necessariamente, con Doc Rivers in panca la musica sarà diversa.
A mio avviso il roster non è migliorato, anzi, ma la squadra va bene così perché, finalmente, dopo anni hanno un allenatore che meriti questo nome.

7- DENVER NUGGETS – Si riparte da zero, senza Coach Karl, senza Iguodala, ma con un Brian Shaw e un Nate Robinson in più.
Importante per me l’arrivo di Foye, uno che può essere il clutchman della situazione se lo si richiede.
Bisogna solo augurarsi che Gallinari torni ai suoi soliti standards, perché l’italiano è il vero valore aggiunto di questa franchigia.

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8- LOS ANGELES LAKERS – Fa strano vederli all’ultimo posto disponibile per i Playoff, ma quest’anno va così: tutti lo sanno, dev’essere una stagione di transizione, dopo la grande beffa di Howard e prima dell’anno delle grandi Free Agency.
Queste cose, però, magari non ditele a Kobe Bryant, lui non vuole sentirne di ‘transizione’, a meno che non si tratti di uno schema che lo porti al ferro.
Non mi convince la conferma di D’Antoni, uno che ha poco a che fare con Los Angeles, né tantomeno l’arrivo di Kaman. Bene, invece, gli arrivi di Farmar (ritorno) e Young, tornato nella ‘sua’ LA.
Nash e Gasol sono valori assoluti, ma solo se stanno lontani da ogni tipo di infortunio.
Poi c’è il #24, che può vincere le partite da solo quando vuole. Non ditegli che l’ho messo in ottava posizione, potrei ritrovarmelo a casa domattina.

9- DALLAS MAVERICKS – Si, sulla carta tutto bene, ma poi dovete mandarli in campo questi.
A parte l’età media, un dato non proprio dalla loro, chiedere costanza da giocatori come Vince Carter e Shawn Marion o José Calderon mi sembra un tantino azzardato.
Ellis può essere una gran mano per Nowitzki, ma tutto potrà dipendere dalle prestazioni dei più giovani: Wright e Blair possono valere una vittoria o una sconfitta.

10- NEW ORLEANS PELICANS – È un azzardo, lo so, ma i Pelicans sono il progetto che più mi affascina a Ovest.
Tolta la polvere con il nuovo nome della franchigia, il roster è un punto interrogativo, ma non è male: dovremmo finalmente vedere agli standards richiesti Davis e Gordon, punte di diamante, ma gli arrivi di Holiday e Evans sono gran bei colpi. Mi aspetto molto da Rivers e, ovviamente, il gran numero di triple di Anderson.

11- MINNESOTA TIMBERWOLVES – Bene, ma non benissimo.  Il roster è tutto un punto interrogativo, però la qualità non manca.
Rubio e Love fanno la premiata ditta, Pekovic, Shved, Williams, Martin e Barea sono sicurezze, ed hanno aggiunto anche due giovani di ottime prospettive: di sicuro Shabazz Muhammad, talento vero, e mi piace molto anche Dieng.
Chissà che non aspirino ad una salita veloce.

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12- SACRAMENTO KINGS – Squadra giovane e con possibilità di crescita. Simili ai TWolves, anche i Kings possono essere una mina vagante ad Ovest.
Nonostante la partenza di Evans, il roster mantiene un buon livello grazie all’arrivo del – per me – migliore giocatore draftabile all’ultimo Draft: Ben McLemore.
Thomas e Thornton avranno un anno in più, Fredette e Vazquez diranno la loro, ma soprattutto Cousins dovrà alzare ancora una volta il livello delle sue prestazioni.
Riuscirà Malone a gestire un gruppo con tanta qualità e poca testa?

13- PORTLAND TRAIL BLAZERS – Mi dispiace per Aldridge e soprattutto per Lillard, tra i miei preferiti della Lega, ma i Blazers non mi convincono per nulla.
Sinceramente non credo che Stotts e compagnia possano migliorare il record della scorsa stagione. E dal mercato nulla che potesse migliorare la situazione.

14- PHOENIX SUNS – Perso anche Gortat, sono poche le frecce all’arco dei Suns. Okafor potrà portare esperienza, ma tutto reggerà sulle spalle di Dragic e Bledsoe.
Sono curioso di vedere la stagione di Green e dei rookie: Christmas, Goodwin e Len possono trovare spazio e fare bene, soprattutto il terzo se sta bene fisicamente.

15- UTAH JAZZ – Mi dispiace, soprattutto perché all’ultimo Draft hanno preso Troy Burke, praticamente il mio giocatore preferito della scorsa March Madness, ma non vedo grandi traguardi per Utah.
In compenso ci sarà più spazio per i rookie, e ci si affiderà a Lucas o Richardson, piuttosto che a Kanter, il vero sorvegliato speciale delle altre franchigie.
Tinsley in regia può innescarlo al meglio, Gordon Hayward può essere un problema: resta o non resta?

 

 

I piccoli Triqui, campioni del mondo. La storia di basket e di vita che ha attratto i riflettori del mondo

Succede che a volte le notizie non le cerchi, sono loro a cercare te.
Ed è la cosa migliore.
Ho sempre avuto stampata in testa una frase zen – una delle tante – che Phil Jackson pronunciò ormai tanti anni fa: “Lascia che sia la partita a venire da te”.
I Lakers presero seriamente quell’affermazione. Ci hanno vinto cinque anelli.
Esattamente così è successo con questa storia. È stata lei a venire da me.

Forse nessuno tra noi ha mai sentito parlare dei Triqui.
Non c’è nulla di male, ero anche io tra questi fino a poco fa.
I Triqui sono una popolazione indigena originaria del Messico, una tra le più grandi ed importanti dal punto di vista storico.
Per farvi capire, in numeri, i Triqui oggi sono la terza etnia indigena messicana, dietro solo a Mixtecos e Zapotecos a livello numerico.
Molti tra loro hanno ormai da tempo lasciato il territorio messicano, alla ricerca di una vita migliore: gli Stati Uniti sono, nelle città più importanti tra la California e New York, abitate da tantissimi appartenenti a questa etnia.

Qualcuno, invece, non ha mai lasciato il suolo natìo, nonostante le difficoltà e il livello di agio effettivamente molto basso, dedicandosi al mantenimento e alla promozione della cultura triqui non solo in Messico ma in tutto il mondo.
Succede, però, che le luci della ribalta per questo popolo arrivino nel modo più inaspettato, ossia per mano di bambini che, tutto d’un tratto, si ritrovano tra gli otto e gli undici anni ad essere campioni del mondo di basket.
Ecco il punto in comune: il basket. Tutte le famiglie triqui, pur nelle difficoltà logistiche in cui versano, hanno un canestro a disposizione. Il Basket è importante quasi quanto la religione per questo popolo messicano, che riesce ad inserirlo in ogni festa o festività dell’anno.
Piccoli tornei tra le scuole possono giocarsi in ogni periodo dell’anno, e attraverso il canestro l’intera popolazione vive giorni di festa.

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All’ultimo Mondiale di categoria giocatosi in Argentina, la selezione messicana di atleti triqui è diventata campione del mondo.
Cosa c’è di strano? Nulla.
Ma questi piccoli fenomeni hanno attratto gli occhi del mondo per una particolare caratteristica. Anzi, più di una.
Ma sicuramente la più importante balza subito agli occhi: non hanno scarpe. Giocano scalzi, sempre, dagli allenamenti alle partite.
Nessun messaggio particolare. I piccoli triqui non possono permettersi scarpe da gioco, e così comunicano al mondo la loro condizione.
A testa alta, però, con il sorriso che solo i bambini possono avere.
Gli allenamenti dei triqui si svolgono su terreni sterrati, su cemento..insomma, di parquet nemmeno l’ombra.
Per gli slalom non ci sono coni, ma vecchi copertoni di auto. Per aumentare lo sforzo delle flessioni – si, a 8 anni fanno le flessioni – appoggiano sul petto vecchi mattoni in disuso.

L’allenatore della mini-selecciòn, Sergio Zúñiga, ha le idee chiare: “La vittoria di questo Mondiale è frutto di tre anni di lavoro duro, in cui il basket ha significato tanto per l’etnia triqui. Non è solo uno sport per noi; ci aiuta ad educare i bambini, a renderli uomini. Nessuno può far parte del nostro gruppo senza una media minima di votazione alla scuola primaria.
All’inizio giocavamo senza scarpe perché non potevamo permettercelo, ora arrivano in regalo scarpe da ogni parte del mondo.
Grazie a questa vittoria i nostri ragazzi avranno nuova speranza; capiranno che lo sport e l’istruzione possono cambiare il corso delle vite di bambini che abitano tra le montagne.”

Di seguito, un video-servizio della Tv messicana sulla squadra di piccoli fenomeni prima ancora che arrivassero alla vittoria del Mondiale.
Il basket non conosce confini, e unisce il mondo. E qualcosa ce l’insegna sempre.

#NBA – Eastern Conference preseason ranking

Meno nove al Tip Off, alla prima Palla a Due della stagione regolare, l’ennesima da seguire tutta d’un fiato fino ai prossimi Playoff.
A bocce ferme, ma neanche tanto, visto che oramai la preseason va avanti da un po’, cavalco l’onda dei grandi network per stilare un probabile ranking di partenza per quelle che saranno le franchigie ad Est ed Ovest del nostro continente più amato.

Nota a margine prima della lettura: le previsioni e le predizioni sono di per se sport che lascia il tempo che trova.
In NBA questa precisazione vale il doppio, quindi non mi stupirei se i pronostici fossero del tutto sbugiardati.

1 – MIAMI HEAT – Tutto facile fin qui. Campioni in carica, con il giocatore al momento più dominante della Lega e con un mercato estivo che non ha stravolto nulla.
Via Miller, che per me ha fatto il suo anche durante le ultime Finals più che egregiamente, dentro Rashard Lewis.
Riley e la proprietà consentiranno al blocco dei Big 3 forse l’ultimo anno insieme, alla ricerca del Three Peat.
Storia a parte la fa Chris Andersen: resta a Miami, e se fa durante tutta la stagione quello che ha fatto solo negli ultimi Playoff, in Florida si divertono.

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2 – CHICAGO BULLS – Ed anche qui posso avere pochi dubbi. A parte l’imbattibilità che si portano dietro in preseason mentre sto scrivendo, i Bulls sono la squadra più attesa ad Est. Anzi, è Rose ad essere il più atteso, e mi pare che ha iniziato col piede giusto il suo ritorno sul parquet.
Il roster non è infinito e questo può essere un punto a sfavore nei Playoff. Dunleavy Jr ha sostituito Belinelli, Nate Robinson è partito per l’altra sponda della nazione. La chiave della prossima stagione potrà essere Jimmy Butler, chiamato all’anno della definitiva consacrazione.

3 – INDIANA PACERS – Confermarsi è sempre più difficile, ma la stagione che va a cominciare sarà l’ennesimo tassello della crescita dei Pacers.
Squadra praticamente immutata che parte da li, dalla sconfitta in finale di Conference per mano degli Heat, poi campioni.
Con Copeland e Scola a dare una mano, e un Granger in più, stavolta.
Se Vogel saprà gestirli al meglio, sono una aspirante al ruolo di ‘Ferma-Heat’.

4 – BROOKLYN NETS – Mercato sontuoso – Pierce, Garnett, Terry, Kirilenko – da aggiungere a Williams, Johnson e Lopez. Un rookie da ottime prospettive come Plumlee, scuola Duke.
A Prokhorov non interessano i progetti a lungo termine: vuole vincere, subito, e i suoi hanno due anni di tempo per farlo.
Unica incognita, oltre all’amalgama di squadra, l’allenatore: Jason Kidd è pronto per gestire un compito così arduo? Io dico no, però la squadra c’è, con veterani che sanno già dove andare.

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5 – NEW YORK KNICKS – Per quest’anno partono dietro ai cugini. E non perché abbiano un roster scadente, eh, anzi.
Kenyon Martin, Metta World Peace e Bargnani sono i tre pezzi del mercato, a cui si aggiunge il rookie Tim Hardaway Jr, un nome e un programma su cui fare affidamento.
Stoudemire è al rientro, ci dicono dalla Grande Mela, Woodson è pronto per l’ennesima scalata stagionale. Riuscirà NY ad avvicinarsi finalmente al titolo?

6 – CLEVELAND CAVALIERS – Era dagli anni di LeBron che i Cavaliers non venivano considerati da Playoff prima della stagione.
Eppure, LbJ a parte, quest’anno Cleveland può dire la sua eccome: il backcourt Irving-Waiters cresce sempre meglio, e Jarrett Jack può essere il ricambio perfetto, Varejao e Bynum, se ristabilito, sono certezze, così come Clark e Thompson.
Aggiungeteci poi la (ennesima) numero 1 all’ultimo Draft, quell’Anthony Bennet tanto inaspettato come, ora, atteso. Un giocatore grezzo che ha tutto per poter essere il quid in più dei Cavs da Playoff.

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7 – DETROIT PISTONS – Un po’ di ragione e un po’ di speranza. I Pistons tornano ad avere un roster da Playoff, e un po’ ci speriamo tutti, perché con l’arrivo del ‘nostro’ Datome tiferemo un po’ anche per Detroit.
La squadra non è male, e il ritorno a casa di Billups, insieme con l’arrivo di Josh Smith, possono essere la ciliegina di classe ed esperienza sulla torta. Ma il progetto è all’alba, e Cheeks dovrà gestire alla sua prima esperienza da primo allenatore un gruppo giovane ma con tanta esperienza.
Tra gli assistenti allenatori c’è un certo Rasheed Wallace. Un motivo in più per tifare per la Mo-Town.

8 – BOSTON CELTICS – Entreranno ai Playoff solo perché la lotta ad Est è tutto tranne che agguerrita.
Avete presente l’anno zero? Di più. Per i Celtics questo è l’anno -1, una mossa che avrebbero dovuto fare i Lakers ma che invece hanno fatto solo i verdi.
Del vecchio ciclo resta solo Rondo: Bogans, Sullinger, Green e Wallace faranno da contorno ad una squadra che dovrà rifondare, e per farlo si è messa nelle mani di Brad Stevens, una vita al College ed esordiente in NBA.
Per il momento sono 1-5 in preseason. Ma questo non vuol dir nulla..

9 – TORONTO RAPTORS – Sulla falsa riga di Cavs e Celtics, ma con qualche chances in meno. I Raptors possono dire la loro quest’anno e probabilmente aspireranno all’ultimo posto per i Playoff se tutto girerà per il verso giusto.
Il roster sembra competitivo dopo tanti anni, Rudy Gay e Demar DeRozan tireranno ovviamente la carretta per tutta la stagione, ma stavolta con partners decenti: Valanciunas cresce bene, Novak è un valore aggiunto, Fields e Johnson possono essere punti fermi, Lowry e Ross sono chiamati a salire un ulteriore scalino. Forse riusciranno a limare il gap nel record dell’ultimo anno.

10 – MILWAUKEE BUCKS – Allenatore nuovo, Larry Drew, volti nuovi, Knight, Delfino e Neal, e anche nuovi obiettivi.
Il progetto Bucks pare essere a lunga scadenza, pur sapendo benissimo che la franchigia rischia di scomparire da un momento all’altro per trasferirsi altrove.
Il roster, però, aggiunge qualche discreta freccia all’arco. OJ Mayo resterà la punta del team, da tenere d’occhio il classe ’94 greco Giannis Antetokounmpo, nome impronunciabile ma fisico e mani niente male.

11 – WASHINGTON WIZARDS – Mi aspetto molto dai Wizards, o almeno meglio di quanto fatto un anno fa. A Wall, Beal e Ariza si aggiungono Rice e Otto Porter, per me uno dei migliori prospetti dell’ultimo Draft e troppo sottovalutato.
Seraphin e Nené sono le certezze che concludono un quintetto abbastanza qualitativo ma con poco peso per ambire ai Playoff.

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12 – PHILADELPHIA 76ERS – Due tra i migliori esordienti della Lega, Nerlens Noel e Michael Carter-Williams, insieme con un roster giovane e che conterà su Hawes e Young come punti imprescindibili.
L’esperienza la porteranno Brown e Richardson.
Poche speranze da playoff, ma dalla partenza di Iguodala si dovrà pur ricominciare.

13 – ORLANDO MAGIC – A quattro anni dalle storiche Finals perse coi Lakers sembrano essere passati decenni. La partenza di Howard ha lasciato il segno – e come non potrebbe – ma ancor di più lascia il segno la presunta incapacità di ripartire dei Magic.
La squadra è un punto interrogativo, ma ha scelto al secondo giro dell’ultimo Draft il mio giocatore preferito per questa tornata: Victor Oladipo.
Un giocatore a tutto campo, grande difensore, e lo sapevamo per quanto visto a Indiana, e discreto attaccante, lo stiamo imparando in questa preseason ancor di più. Un rookie che può fare molto bene, anche per il tanto spazio che avrà a disposizione.
Davis, Afflalo e Nelson saranno la spina dorsale di Orlando, mi aspetterei molto da Doron Lamb, dopo un anno di D-League con Milwaukee.

14 – CHARLOTTE BOBCATS – Non ultimi perché qualcosa si può salvare. Kemba Walker, per esempio, e soprattutto Michael Kidd-Gilchrist. Al Jefferson può essere un arrivo molto intelligente, mentre Session, Henderson e Gordon, se le gambe glielo permetteranno, sono semi certezze di standard.
Molto intelligente la scelta al Draft: Cody Zeller ha un ottimo impianto fisico, ma deve migliorare sotto molti punti di vista se vuole dire la sua così come poteva fare agli Hoosiers di Indiana.
Peggio degli anni scorsi non si può fare.

15 – ATLANTA HAWKS – La partenza di Smith non è facile da digerire, ma a tutti gli effetti sembra poter essere una stagione piatta per le aquile d’Atlanta.
Anche qui allenatore esordiente, Mike Budenholzer, ennesimo prodotto della scuderia Spurs, e una squadra da ricostruire: il veterano Elton Brand e Paul Millsap raggiungono Al Horford, Korver avrà molto spazio e Jeff Teague è atteso alla stagione della crescita effettiva.
Il tedesco Dennis Schröder, classe 1993, sarà la scommessa europea – se avrà spazio – di questa stagione.