NBA – Draft 2013: commenti e sensazioni della scienza più inesatta del mondo

Non sarà stato quello del 2003 e neanche quello del ’96 ma, a suo modo, anche questo Draft 2013 ha fatto parlare di se.
In primis per la First Pick, ovviamente.
“Bennet? Bennet who?” sarebbe la domanda da porsi dopo l’annuncio di David Stern.
A proposito, salutate tutti l’esimio Commissioner NBA giunto al suo ultimo Drafts dopo trent’anni di (poco) onesta carriera.

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I Cavs si portano a casa dunque Anthony Bennet, ma infondo la scelta numero 2 è rispettata: i Magic si portano a casa Victor Oladipo, tuttofare di Indiana a mio parere il più pronto a giocarsela in Lega rispetto agli altri compagni di Draft.
Otto Porter chiamato dai Wizards, poi Cody Zeller e Alex Len rispettivamente ai Bobcats e ai Suns.
Ma Noel e McLemore – ossia rispettivamente il più quotato e il più forte di questo Draft – ?
Sono rispettivamente sesta e settima scelta: Noel finisce ai Pelicans, mandato subito a Phila in cambio di Holiday, mentre McLemore va ai Kings. E questa è forse la scelta più interessante.
La Top 10 si chiude con Caldwell-Pope ai Pistons, Burke a Minnesota, poi scambiato a Utah, e McCollum ai Blazers.

 

La faccia di Noel è il simbolo lampante della delusione: sia per il numero di scelta – dalla 1 alla 6 il passo non è tanto breve – che per la squadra a cui approda. Passi i Pelicans ma adesso a Phila che succede?
Interessanti le mosse McLemore e Burke: l’ex Kansas ai Kings può fare davvero bene, soprattutto se la franchigia riuscirà a sfruttare il materiale tecnico che si ritrova.
Il ragazzo di Michigan invece potrà trovare ai Jazz lo spazio utile sin da subito a farsi le ossa. Se dovessi scommettere un euro lo metterei sicuramente su lui.

Il Draft, però, è sicuramente la scienza meno esatta del mondo, altrimenti Milicic non sarebbe stato scelto davanti a Wade e Anthony nel già citato evento del 2003. Per non parlare di Kobe scelto al numero 13. Ce ne sono tantissimi cosi.
Non ci resta che goderci il prossimo anno, con una stagione che in realtà è già cominciata.
La palla a due si alzerà solo a Novembre ma si lavora già tanto perchè in realtà BASKETBALL NEVER STOPS.

 

Tutte le scelte, qui:

Primo Giro
1. Cleveland Cavaliers: Anthony Bennett
2. Orlando Magic: Victor Oladipo
3. Washington Wizards: Otto Porter
4. Charlotte Bobcats: Cody Zeller
5. Phoenix Suns: Alex Len
6. New Orleans Pelicans (for 76ers): Nerlens Noel
7. Sacramento Kings: Ben McLemore
8. Detroit Pistons: Kentavious Caldwell-Pope
9. Minnesota Timberwolves (for Jazz): Trey Burke
10. Portland Trail Blazers: C.J. McCollum
11. Philadelphia 76ers: Michael Carter-Williams
12. Oklahoma City Thunder: Steven Adams
13. Dallas Mavericks (for Celtics): Kelly Olynyk
14. Utah Jazz (for Wolves): Shabazz Muhammad
15. Milwaukee Bucks: Giannis Adektokunbo
16. Atlanta Hawks: Lucas Nogueira
17. Atlanta Hawks: Dennis Schroeder
18. Atlanta Hawks (for Mavericks): Shane Larkin
19. Cleveland Cavaliers: Sergey Karasev
20. Chicago Bulls: Tony Snell
21. Minnesota Timberwolves: Gorgui Dieng
22. Brooklyn Nets: Mason Plumlee
23. Indiana Pacers: Solomon Hill
24. New York Knicks: Tim Hardaway Jr.
25. Los Angeles Clippers: Reggie Bullock
26. Minnesota Timberwolves (for Thunder): Andre Roberson
27. Denver Nuggets (for Jazz): Rudy Gobert
28. San Antonio Spurs: Livio Jean-Charles
29. Oklahoma City Thunder (for Suns): Archie Goodwin
30. Phoenix Suns (for Warriors): Nemanja Nedovic

Secondo Giro
31. Cleveland Cavaliers: Allen Crabbe
32. Oklahoma City Thunder: Alex Abrines
33. Cleveland Cavaliers: Carrick Felix
34. Houston Rockets: Isaiah Canaan
35. Washington Wizards: Glen Rice
36. Sacramento Kings: Ray McCallum
37. Detroit Pistons: Tony Mitchell
38. Philadelphia 76ers: Nate Wolters
39. Portland Trail Blazers: Jeff Withey
40. Portland Trail Blazers: Grant Jerrett
41. Memphis Grizzlies: Jamaal Franklin
42. Philadelphia 76ers: Pierre Jackson
43. Milwaukee Bucks: Ricky Ledo
44. Atlanta Hawks: Mike Muscala
45. Portland Trail Blazers: Marko Todorovic
46. Utah Jazz: Erick Green
47. Atlanta Hawks: Raul Neto
48. Los Angeles Lakers: Ryan Kelly
49. Chicago Bulls: Erik Murphy
50. Miami Heat: James Ennis
51. Orlando Magic: Romero Osby
52. Minnesota Timberwolves: Lorenzo Brown
53. Boston Celtics: Colton Iverson
54. Washington Wizards: Arsalan Kazemi
55. Memphis Grizzlies: Joffrey Lauvergne
56. Detroit Pistons: Peyton Siva
57. Phoenix Suns: Alex Oriakhi
58. San Antonio Spurs: Deshaun Thomas
59. Minnesota Timberwolves: Bojan Dubljevic
60. Memphis Grizzlies: Janis Timma

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MotoGp – Il professore torna all’Università. Vale infinito fa 106

Malaysia, circuito di Sepang. 10 Ottobre 2010. Valentino Rossi vince arrivando al traguardo davanti tutti. Quale novità? Lo fa sempre, lo ha fatto 104 volte. E con questa fanno 105.
Da quel giorno d’Ottobre fino a ieri, 29 Giugno di quasi tre anni dopo, il passo è – più o meno – breve.
Il Dottore lascia la ‘sua’ amata Yamaha per sposare il sogno che tutti i tifosi italiani sognavano: il più grande motociclista tricolore sulla più grande moto tricolore.
Vale e la Ducati, la Ducati e Vale. Quello che è stato lo sapete già. E su quel biennio preferiremmo non tornarci.

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La differenza con il resto del mondo è che non tutti, a 34 anni suonati, possono nutrire le speranze di un ragazzino.
Non tutti hanno il coraggio di tornare sui propri passi, soprattutto in amore.
E invece il sentimento con la casa giapponese torna forte nel cuore.
L’inizio di stagione non è stato dei più esaltanti. E non poteva essere altrimenti considerando che per due anni è stato come non salirci proprio in moto.

Ma ieri, nella cornice di una Assen già vestita a festa, il ritorno non poteva essere più gradita. Ne ha fatte 106.
Se Assen è considerata l’Università della Moto è giusto che sia il primo Professore della categoria e mettere la ruota davanti a tutti.
Se l’appetito vien mangiando questo mondiale può ancora riaprirsi. Tre spagnoli e un italiano per il titolo. E non è una barzelletta.

 

Confederations Cup: cucchiai e cannonate. Adesso beccatevi sta finalina

Sono passati ormai tre giorni dai rigori di Spagna-Italia e – sebbene il pallone calciato da Bonucci debba ancora tornare nell’atmosfera terreste e farsi trovare da noi poveri umani – potrebbe essere il momento giusto per farne le dovute considerazioni.

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Onore all’Italia.
Più scarsa, più impreparata, più inesperta, ma pur sempre l’Italia. La Spagna è un carrarmato, l’Italia poteva al massimo essere uno di quei primi CIAO che per partire dovevi spingerli o azionarli a pedali.
Ma la sagacia tattica ancor prima che agonistica del Belpaese, come sempre, viene fuori.
Prandelli, che stupido non è nonostante certe convocazioni, sapeva bene che l’unico modo per uscirne vivi era:

difendere come mamma leonessa difende i suoi cuccioli dalle iene;
sperare in una serata storta dei fenomeni in maglia rossa.

Le ha beccate entrambe.

 

Peccato che però nel calcio, come io credo sempre nella vita, la qualità alla fine venga fuori. Inevitabilmente.
I rigori sono peggio di una roulette, vero, però se Piqué – a proposito, varrebbe sempre vedere le sue partite per la costanze presenza di Shakira – la mette dentro come un qualsiasi fantasista e Bonucci la manda in cima all’Everest qualcosa vorrà dire.

Bene cosi, per carità. Era solo una competizione stupida e senza una reale motivazione – se non quella di arricchire le tasche di chi di dovere e far stancare per bene i giocatori -.
Tra un anno si dovrà necessariamente fare sul serio, prendere le redini e provare a stare nelle cinque o sei che si contenderanno i primi posti.
Peccato che ad una squadra con un’anima cosi grande manchi la qualità, non solo offensiva ma soprattutto difensiva, quella che dalla notte dei tempi contraddistingue l’Italia.
Peccato che al cucchiaione di Candreva – sul quale non si sprecata UNA parola perchè ovviamente il risultato non ha arriso – sia seguita la cannonata di Bonucci. Dannoso avanti come dietro.
Pensaci Cesare, pensaci bene. Manca ancora un anno e possiamo fare un ottimo lavoro.
Nel frattempo ci godremo questa farsa della finalina per il terzo posto. Fate na cosa, guardatevi la Formula 1.

NBA: Heat campioni (con merito) ma il futuro cosa dirà?

Gara 7 è stata una delle migliori partite mai viste in vita mia. Forse LA migliore.
Come migliore è stata la serie.
Non ho avuto la fortuna di potermi godere il Jordan del ’98, con un po’ di sforzo ricordo il Three Peat Lakers a cavallo del 2000, qualche ricordo chiaro ce l’ho anche del 2004, quando la mia povera giovinezza conobbe il mantra del “Ball don’t Lie” Sheediano.
Ma nessuna di queste serie finali ha forse sfiorato la perfezione come hanno fatto Spurs e Heat.

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Per entrambe era In o Out. Win or go Home dalla prima all’ultima partita.
Gli Spurs oggi sono finiti, ma l’hanno fatto con la testa alta, altissima. Gli Heat erano inevitabilmente al dentro o fuori, ma qui ci ritorniamo.
Non hanno giocato una pallacanestro spettacolare, Popovich e Spoelstra non l’hanno mai fatto, ma hanno incantato, emozionato, brillato come solo loro, le migliori squadre al mondo, potevano fare.
Hanno vinto quelli che hanno sbagliato meno – pare strano, si, gli Heat – e quelli che hanno avuto (beati loro) un po’ più di fortuna; perchè la fortuna ce la si guadagna anche e allora che sia benedetta la sacra parabola di Walter Ray Allen da Merced, protettore della linea dell’arco lungo.
Gli Heat guadagnano il back-to-back e, a dispetto di quanto si fa credere, le gare – tutte e 7 – sono state decise dai comprimari: il livello raggiunto da Green, Neal e soprattutto Leonard da una parte, quello di Chalmers, Battier, Andersen e proprio Allen dall’altra hanno avuto ruolo predominante sull’esito finale.
Non so se, nel futuro piùprossimo, potremo gustarci una serie Finale simile. Ma me lo auguro fortemente.

La parabola adesso si sposta con gli occhi al prossimo Draft, alla Summer League, al prossimo Ottobre quando alzeranno la prima palla al centro.
Gli Spurs dovranno cominciare una nuova era, dopo quelle vincenti di Robinson prima e Duncan-Parker-Ginobili poi.
Gli Heat dovranno invece decidere: provare ad acciuffare l’agognato Three Peat e poi ripartire da zero, oppure cedere qualche carta pesante per avere più continuità.
Decisione difficile, eh, povero Pat Riley, però da prendere. Magari all’ombra di qualche palma a South Beach.
Tra le altre squadre, calda, caldissima, la linea sottile che unisce Lakers e Clippers ad LA: Howard dovrebbe restare in gialloviola, Paul dovrà decidere ai primi di luglio, Griffin sarebbe la contromerce da offrire per arrivare a qualcuno di importante.
Sotto i riflettori ci sarà anche OKC, chiamata a non disperdere quanto di buono fatto in questi anni, e i Rockets che, a mio parere, possono entrare nel giro di contendere con due o tre colpi messi bene.
I Bulls cambieranno molto ma tutto, sempre, passerà dal rientro – si spera vicino – di Rose. Sui Knicks e i Nets, invece, non mi esprimo: troppe variabili, troppe insicurezze. Insomma, New York, e la vicina Brooklyn, sono un mondo a parte.

NBA Playoff, Chicago Bulls vs Miami Heat

Chiusura sui tre compatrioti. Partiamo da quello che ha chiuso in positivo: Belinelli ha mostrato di poter dire la sua ai Bulls, ha forza contrattuale ora e spero vivamente sia rifirmato. Lo meriterebbe.
Gallinari ha dalla sua la scusante dell’infortunio, ma a mio parere i Nuggets non cresceranno mai abbastanza per puntare o solo ambire al titolo. Il suo futuro è a Denver, però magari potrebbe cambiare idea.
Chi dovrà cambiare necessariamente è Andrea Bargnani: la prima scelta è ormai un corpo estraneo a Toronto, serve la forza di rimettersi in gioco da qualche altra parte, con l’entusiasmo di sempre.
Peccato per lui, ma può solo migliorare.

Confederations Cup: quando Brasile-Italia era uno spot per il calcio

Il 5 Luglio di 31 anni fa l’Italia di calcio vinceva contro il Brasile accedendo alla fase finale del Mundial spagnolo.
Quella è l’ultima vittoria azzurra sui pentacampeon del mondo.
Brasile e Italia sono rispettivamente la prima squadra più vincente al mondo e la seconda. Ed una volta, anche ben oltre quel favoloso 3-2 targato Rossi, Socrates e Falcao, davano spettacolo, sempre.
Cosi vincenti e cosi opposte: i verdeoro spettacolari, funambolici, al limite tra calcio e circo, quando il risultato lasciava il tempo che trovava e se giocavi bene comunque qualcosa ci guadagnavi, gli azzurri solidi, compatti, sempre squadra, sempre bravi a mettere il dito nelle debolezze – poche – altrui.
Uno spot per il calcio. Per lo sport.

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Quella andata in scena ieri sera a Salvador è stata invece tutt’altra storia.
Non che mancassero i campioni, intendiamoci; molti – soprattutto del Brasile – erano in campo, perchè con Neymar, Thiago Silva, Julio Cesar, Oscar ti puoi sempre divertire.
Forse un po’ meno puoi farlo se poi vedi che ci sono anche Abate, Bonucci, Giaccherini, Candreva e Maggio. Ma questa è un’altra storia.
Brasile-Italia è stata la partita più brutta che ci si potesse aspettare: i padroni di casa non hanno più uno solo degli elementi che li hanno resi noti. Fantasia, velocità, classe sopraffina; le partite le decidono sempre i singoli che, per carità, la qualità ce l’hanno.
Sull’Italia stendiamo un velo pietoso: la solidità difensiva, da sempre marchio di fabbrica, arte ben oltre il semplice catenaccio, è andata a farsi benedire con gli esperimenti prandelliani.
Otto gol subiti in tre partite è il record per la competizione, oltre ad essere una vergogna.
E va bene anche che la Confederations Cup è solo una marcia di avvicinamento ad un Mondiale che varrà di più, ma le figuracce internazionali son pur sempre figuracce internazionali.
L’ennesimo colpo basso al nostro movimento.

 

Saremo comunque in semifinale. Troveremo la Spagna. Quella che ci ha pokerizzato all’ultima finale europea, quella che ha distrutto anche i sogni degli azzurrini – a dir la verità molto più forti di questa nazionale maggiore, che se giocassero contro la bilancia penderebbe dal loro lato.
Sarà rivincita? Sono di un altro pianeta. Forse quelli del Mondiale ’82 avrebbero avuto qualche chances in più.
E se li riportate in campo oggi, a sessant’anni suonati, avrebbero comunque qualche possibilità in più rispetto a quelli che giovedi scenderanno in campo.

Confederations Cup: parolacce, samurai e altri pianeti. Almeno c’è la semifinale

Una notte da urlo. Davvero. Col solo inconveniente che se urlate vi cacciano anche dal palazzo perchè con sta cosa che le partite si giocano dall’altra parte del mondo si fa notte veramente.
La squadra scesa in campo sembrava ancora peggio di quella del primo appuntamento, e infatti cosi è: in mezz’ora non solo sei sotto due reti a zero con i giapponesi, ma non hai uno straccio di possibilità di reagire.

Italy v Japan: Group A - FIFA Confederations Cup Brazil 2013

I giapponesi sono dappertutto: o son dopati o son Samurai che hanno temporaneamente smesso le tute  per mettere i pantaloncini e i numeri.
Gli azzurri ne vedono arrivare da ogni parte, in ogni dove. Fortuna vuole che prima del doppio fischio De Rossi faccia vedere ancora quanta differenza passa tra un calciatore italiano e uno del Sol Levante.
Nella ripresa, cambia tutto in pochi minuti: finalmente c’è fiato per gli azzurri che pareggia e pure passano in vantaggio.
Balotelli dal dischetto sembra più statua dei Gargoyle, ma dopo il vantaggio ecco che si spengono ancora.
Sarà l’altura di Recife, il caldo dell’arena “Pernambuco“, la scarna preparazione atletica, ma i nostri non ne hanno.
I giapponesi pareggiano e tornano a correre dappertutto.
Honda avrà il motore nascosto da qualche parte, tenendo fede al cognome, Nagatomo fa su e giù senza fermarsi che pure Stramaccioni, l’unico allenatore che potrebbe schierarlo in un club, lo maledice, Kagawa sembra una parolaccia ma non lo è.

 

A proposito di parolacce: che Prandelli le abbia dette non c’è dubbio – nonostante le smentite – ma come dargli torto? L’allenatore della nazionale italiana che gioca un pirotecnico incontro col Giappone può almeno essere libero di prendersela con gli astri?
No, non ha bestemmiato, non lo farebbe, ma un bel “Porca Troia” ci sta bene proprio.
Soprattutto dopo il gol dell’inaspettatissimo, quanto immeritato, 4-3 finale di Giovinco a porta sguarnita.

 

Gli azzurri sono in semifinale – almeno questo! – e sabato col Brasile ci si gioca il primo posto del girone.
Probabile che si finisca secondi, probabile che si incontri poi la Spagna, probabile che si ritorni a casa.
Poco male, vorrà dire che penseremo ancora da sconfitti a cosa servirà mai questa Confederations Cup.
Soprattutto dopo il brillante 10-0 di Spagna-Tahiti.

Confederations Cup: Italia, con il Messico due luci e tante ombre

Una vittoria, importante (quanto?), sofferta (non più di tanto), contro una squadra come il Messico, di quelle da non sottovalutare.
Una serata, quella del Maracanã – uno spettacolo di stadio sempre, prima e dopo gli ultimi lavori – importante soprattutto per il risultato, meno per l’essenza della squadra azzurra, che si avvale di due lampi per sorridere, ma un blackout avrebbe potuto far sorridere di meno.

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LE LUCI – Sono quelle splendenti – e non potrebbe essere altrimenti – di Andrea Pirlo e Mario Balotelli.
La stella del numero #21 sembra innalzarsi sempre di più nonostante l’età: è il faro, la guida, la genialità. Questo qui vede la partita con non meno di 30 secondi d’anticipo rispetto agli altri e se ne avvale per fare male.
SuperMario è invece la stella che dovremo essere bravi a non far spegnere nei prossimi anni. Lasciate stare il “..non deve mostrare i muscoli” prandelliano e prendete invece per buono il suo fare reparto DA SOLO, con alle spalle Gaccherini e Marchisio. Come volete che uno cosi non si tolga la maglia?

LE OMBRE – Da dove cominciamo?
Eliminando Buffon, potremmo praticamente parlare di tutti, eliminando la buona pace di quel fenomeno che sta crescendo rispondendo al nome di Andrea De Sciglio.
Abate non azzecca un cross neanche in anticipo di un giorno, Barzagli è evidentemente in difficoltà per i problemi fisici che ha e non sempre Chiellini può metterci una pezza: chi ha preferito lui lasciando a casa Ogbonna?
Marchisio è completamente avulso dal gioco se messo dietro le punte, De Rossi sembra quello della Roma, Montolivo era in versione Fiorentina.
Per non parlare di Giaccherini, volenteroso e caparbio ma nulla più di questo.

Ormai i giochi sono fatti. Giappone e Brasile ci diranno chi siamo. Ma per l’anno prossimo ci vuole di più. Molto di più.