Jason Collins è il primo atleta gay nella NBA

La storia della NBA non si fa solamente sul parquet.
A volte la storia si può scriverla da fuori, con un gesto, una parola e al momento giusto.

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È quanto ha fatto Jason Collins, californiano 34enne da diciotto anni nella Lega con le maglie di Nets, Grizzlies, Timberwolves, Hawks, Celtics e oggi Wizards.
Ha scelto il modo più diretto, una rivista dalla caratura mondiale come Sports Illustrated e poche righe precise:
“Ho 34 anni, sono un centro Nba. Sono nero. E sono gay”.

 

Poche parole ma che fanno la storia.
Si perchè Collins sarà ricordato agli annali come il primo atleta professionistico della NBA a fare outing, a comunicare al mondo la sua sessualità, ad aprire una strada che sarà rivoluzione.
Nella prossima uscita del 6 maggio su Sport Illustrated si potrà leggere l’intervista completa ma per il momento ci accontentiamo delle anticipazioni.

 
Le reazioni non sono mancate in giro per il mondo.
Dallo stesso mondo NBA importanti le dichiarazioni del massimo rappresentante, il Commissioner David Stern “Siamo orgogliosi che Jason abbia assunto il ruolo di leader su questo argomento così importante. Durante tutta la sua carriera si è guadagnato il rispetto dei compagni e di tutta la Nba” – o l’ex presidente degli Stati Uniti Clinton – “Conosco Jason dai tempi di Stanford, quando era amico di mia figlia Chelsea. Il suo è un annuncio importante per la storia dello sport e della comunità omosessuale. Spero che tutti, in particolare i suoi colleghi giocatori, i media e i suoi molti tifosi gli facciano arrivare il loro supporto e il rispetto che si è guadagnato” -.
Anche una stella del gioco come Kobe Bryant non ha esitato a twittare“Sono orgoglioso di Collins. Non nascondete chi siete per colpa dell’ignoranza degli altri”.

 

Oltre le parole, una persona che finalmente trova il suo essere tra le botte e il machismo della pallacanestro.
Bellissime le parole che Collins regala ai lettori. Un passo in avanti che va oltre lo sport.

 

“Sto iniziando a capire l’enigma che chiamo me stesso. Non voglio lasciare che la mia razza o il orientamento sessuale mi definiscano. Non voglio essere etichettato e non voglio che le etichette imposte da altri mi definiscano. In campo però ho accettato l’unica etichetta che penso mi definisca meglio delle altre: un professionista tra i professionisti. Me la sono guadagnata giocando senza paura e sacrificandomi per i compagni. Subisco e commetto falli (i 322 della stagione 2004-05 sono stati il massimo in Nba). Mi sacrifico per i miei compagni. Non sono spaventato da nessun avversario. Anche se Shaquille O’Neal merita la Hall of Fame, ho sempre cercato di metterlo in difficoltà (Shaq, le simulazioni non hanno niente a che fare col fatto che sono gay). Ho il paradenti, i polsi fasciati. Avanti, sotto col prossimo colpo: mi rialzerò. Voglio andare contro uno stereotipo gay e sono certo che molti giocatori saranno scioccati dal fatto che un giocatore come me sia gay. Ma sono sempre stato uno duro in campo, fin dai tempi del liceo. Sono così duro per dimostrare che essere gay non significa essere morbido? Chi lo sa. Le mie motivazioni, come il mio contributo, non è misurabile dalle statistiche, di cui onestamente non mi importa. Per me conta vincere”.

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NBA, il team delle stelle che potrebbero vincere il titolo ma non ci sono

Il primo turno di Playoff è ormai entrato nel vivo per qualcuno – Memphis e Clippers, Golden State e Nuggets, Knicks e Celtics – e si è addirittura concluso per altri – Spurs e Heat col cappotto su Lakers e Bucks -.
Eppure, a tenere banco in questa prima parte della post-season sono soprattutto le chiacchiere intorno ai numerosi infortuni che ancora una volta falcidiano la Lega più bella del mondo, privando gli appassionati di giocatori che aggiungerebbero classe, qualità, esperienza e quindi anche un pizzico di suspence in più a tutta la macchina dei Playoff.

In alcuni casi gli infortuni hanno privato le rispettive squadre di campioni sin dal primo minuti del dopo-stagione, in altri casi invece gli stop rischiano di caratterizzare fortemente il corso delle franchigie nel bracket. 
Il dato certo è che le stelle che sono attualmente ai box potrebbero, se messe insieme, formare un team di tutto affidamento che – e ci metto le mani sul fuoco – all’Anello potrebbe arrivarci vicino, ma vicino davvero.
Andiamo a vedere allora il team ruolo per ruolo.

 

PG – RAJON RONDO: Fuori dal campo praticamente dallo scorso Gennaio, la PG dei Celtics avrebbe fatto sicuramente comodo ai suoi nella serie contro i Knicks. Al momento quelli della Big Apple conducono per 3-1 e la sensazione è che possa finire al più presto; a Pierce e Garnett manca il terzo caballero.

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SG – KOBE BRYANT: Il tendine achilleo l’ha abbandonato nel momento più alto della sua stagione, l’ennesima da fenomeno. I suoi Lakers sono usciti senza neanche vincerne una contro gli Spurs. È stata un’annata storta e anche con lui non avrebbero passato il turno, ma di certo non avremmo visto un 4-0.

SF – DANILO GALLINARI: Il nostro Danilo salterà i Playoff che aveva guadagnato da leader con i Nuggets e perderà anche l’Europeo con la nazionale la prossima estate. Entrambe le squadre potrebbero risentirne, i Nuggets lo sta già facendo.

PF – AMAR’E STOUDEMIRE: I Knicks non sembrano aver accusato il colpo della sua assenza, eppure è un peccato non poter vedere l’ #1 nel quintetto dei bluarancio.
Il suo apporto potrebbe essere decisivo soprattutto quando le partite si faranno calde e serviranno le energie di tutti.
Nel quintetto è l’unico che potrebbe tornare in campo in questa stagione; ovviamente se i Knicks continueranno la loro corsa.

C – DAVID LEE: Sembrava poter essere la mazzata decisiva per i Warriors, invece dal suo infortunio GS è riuscita a ribaltare la serie vincendone tre di fila e oggi conducono 3-1 sui Nuggets. Bene per ora, ma sarebbe stato molto utile soprattutto nel turno successivo, ora distante una sola gara.

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A questi cinque, per nulla male fin qui, ci possiamo aggiungere Derrick Rose – lungodegente – e Russell Westbrook che contenderebbero il posto a Rondo, o anche uno come Danny Granger che poteva dire la sua a lungo nei Pacers, soprattutto se arrivassero al turno successivo.
Insomma, poveri Playoff.

NBA Playoff – E se fosse la volta buona dei Knicks? Thibodeau non ha eguali ma non ha la stella

Tanto vale dirlo ora perchè dopo poi non vale più: e se fosse l’anno dei New York Knicks?
Anno buono in che senso? Nel senso che dopo un quarantennio i bluarancio potrebbero riavvicinarsi a quella cosa chiamata ‘Anello’, oggettivamente troppo lontana da una franchigia gloriosa come la loro.
E quale occasione migliore per riacciuffarlo se non il quarantennale che cade esattamente oggi?
Le carte in tavola per raggiungere nella storia i Knicks di quel 72-’73 – vincitori di due titoli in quattro anni – ci sarebbero, anzi ci sono tutte.

Numero 1Melo è in uno stato di forma a dir poco divino.
Marcatore massimo della stagione regolare, 36 e 34 punti già regalati ai Celtics nelle prime due partite della serie, ovviamente entrambe finite a quelli della Big Apple, e la voglia di interpretare il ruolo di Profeta in patria o Figliuol prodigo, fate voi.

Numero 2 – La continuità dei Knicks targati 2013, una squadra compatta, solida, finalmente unita negli intenti.
Un mix quasi perfetto di giovani come Shumpert, esperti come Kidd, stelle come Melo, gregari di qualità come Chandler e Fattore X come Smith.

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Numero 3 – È proprio J.R. Smith, che con ancora il premio di Sesto Uomo dell’Anno da scartare ha voluto provare al mondo il perchè della sua vittoria: 19 punti con due giocate sul finire di primo quarto che hanno mandato in delirio gli spalti del Madison – potete vederla qui -.

Insomma, gli ingredienti ci sono tutti. A Woodson il compito di mescolarli per bene e ottenere un piatto vincente.

Tutto riaperto nella serie che vede i Nets di Brooklin opposti ai Bulls.
Dopo gli errori di Gara 1 e i tanti punti concessi ai bianconeri, coach Thibodeau ha stravolto le carte in tavola imponendo in Gara 2 la miglior difesa che si può ammirare oggi in tutta la Lega.
Con costantemente cinque uomini all’interno del pitturato, i Bulls riescono a tenere D-Williams e compagni – rei anche loro di non saper opporsi alla strenua barricata ospite – a 82 punti.
Coach T. aveva preparato tutto alla grande e Carlesimo non è stato di certo in grado di rispondergli.
Ora la serie si sposta nella città del vento coi Tori che hanno il fattore-campo.
Peccato solo non ci sia la stella: con D-Rose a disposizione, i Bulls potevano arrivare lontano, nella terra in cui oggi possono esserci solo Heat e Knicks per quella costa.

Playoff NBA, le 5 certezze di un mese spettacolare

In questo punto della stagione si proverebbe a guardare ai risultati, piuttosto che allo spettacolo, forse in ogni parte del mondo.
In America no, perchè li la pallacanestro è si uno sport, ma è anche un modo di fare, un modo di vivere, un modo di essere e di stare bene al mondo.
Ecco perchè il risultato sportivo non prescinde mai da quello che la squadra o le squadre insieme ai propri giocatori riescono a far vedere al proprio – o non anche al proprio – pubblico.
E lo spettacolo lo fanno loro, quelli con canotta e pantaloncino che entrano in campo ogni singola sera – o notte se siete aldiquà dell’oceano – per deliziare e far sognare, ma soprattutto poi per vincere.
Anche quest’anno, sono tanti gli aspetti che ce lo assicurano: uno l’ho messo per motivi di cuore – poi capirete qual è – gli altri li potete ritrovare un po’ qua e un po’ la seguendo il ragionamento.

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1 – OVEST: Dove nulla è scontato c’è l’Ovest, la terra dove muore il sole oltre il Mississipi, che ospita le due serie più equilibrate ed affascinanti del primo turno, Nuggets-Warriors e Clippers-Grizzlies.
Se ci aggiungete poi che il ritorno di Harden a Oklahoma è spettacolo già solo a dirlo e che nell’ultima serie rimanente si sfidano i 20 anelli complessivi di Lakers e Spurs, allora il quadro è completo.

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2 – STOP THE KINGDOM: Perchè se non si ferma ora, quella degli Heat potrebbe diventare davvero una Dinastia.
Intendiamoci, ad oggi, a meno di clamorose sorprese, i fuochi rossi della Florida hanno già addosso l’Anello eh, perchè che se la giochino con Spurs, Knicks o Thunders io li vedo sempre un gradino più su, però se Duncan, Melo e KD vogliono regalare equilibrio alla Lega devono darsi da fare.
Tutti contro il regno degli Heat allora. Aspettatevi spettacolo anche contro i Bucks.

Denver Nuggets vs Golden State Warriors in Denver, Colorado.

3 – JAVALONE: Eccolo qui il mio punto preferito. Quando si parla di McGee si parla sempre di un qualcosa di astratto perchè pur conoscendolo non lo conosci mai. È l’impersonificazione perfetta di questi Nuggets che arrivano ai PO e possono fare tutto o niente: nel primo turno con Golden State hanno – e ha, soprattutto – fatto tutto, dai punti alle chiusure delle saracinesche difensive, ma coach Karl sa già che prima o poi le assenze di gente importante come Faried o il Gallino Gallinari si faranno sentire.
Beh, a quel punto Javalone dovrà giocare come nella prima con GS e trascinare tutti, e tutto, spostando la levetta del cervello su ‘ON’.
Perchè se sei ‘OFF’ sei fuori anche dai Playoff.

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4 – THE LAST CHANCE: Gli speroni del Texas sono all’ultima occasione: la 104.
104 è il numero che ottenete se sommate le età di Tim Duncan, Manu Ginobili e Tony Parker, quelli che portano la carretta per intenderci.
Che siano vecchi io non l’ho detto, anzi vedendo come corre il caraibico ci metterei la firma ad arrivare ai 37 cosi, ma gli anni passano e la Lega cambia, spostando il gioca su giocatori fisici e freschi.
La loro quoziente cestistico è praticamente più infinito. Una vittoria sarebbe una storia pazzesca.
Ah, hanno arruolato proprio all’ultimo un certo Tracy McGrady, che non è ancora sceso in campo eh, ma se lo fa..

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5 – PROFETA IN PATRIA: Dalle parti di Central Park l’Anello mancherebbe da precisamente 40 stagioni. Nel ’72-’73 Carmelo Anthony manco era nato ma il peso di un’assenza tanto ingombrante lo sente eccome sulla sua numero #7.
Ad oggi è sicuramente il giocatore più in forma della Lega: ha chiuso la stagione regolare con una mano calda da sembrare un forno per le pizze e anche nei PO diciamo che non ci è andato piano.
36 con una mano mentre con l’altra salutava i Celtics che prendevano bastonate al Madison.
Sulla partita singola possono battere chiunque, nella serie forse no. Ma un anello a colori nella Grande Mela vorrebbero vederlo, anche per contrastare il bianco e nero dei cugini Nets.
Melo lo sa.

NBA, partono i Playoff. Primo turno andato e già qualche sicurezza

Sono partiti sabato e andranno avanti nelle prossime settimane.
I Playoff NBA catalizzeranno le attenzioni del mondo sportivo nella solita cavalcata annuale fino alle Finals del prossimo Giugno.

 

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Dai risultati del primo turno, le sicurezze possono essere tante: dal ruolo di ultrafavoriti per gli Heat fino alle ambizioni da titolo di KD o Melo, passando per la ‘last chance‘ dei San Antonio Spurs.
Il bracket da compilare è però mai come quest’anno lineare e logico, almeno fino alle finali di Conference.
Miami e NY dovrebbero giocarsi la costa Est: per gli Heat non saranno un ostacolo i Bucks – non ce ne voglia il buon Jennings con le sue dichiarazioni da ‘la vinciamo noi in sei partite’ – né potrà esserlo la vincitrice del confronto tra Nets e Bulls, con i secondi per me ancora favoriti nonostante Gara 1.
D’altra parte, se NY riuscisse a disfarsi di Boston come sembra poter fare, Pacers e Hawks sarebbero nel prossimo mirino, anche se Indiana mi piace davvero tanto, ma tanto.

 

Ad Ovest invece sarà tutto molto più combattuto, ma una cosa sembra poter esser certa: Thunders e Spurs vogliono la costa.
OKC ha infatti iniziato alla grande la campagna ‘Beat the Beard‘ contro l’ex Harden, mentre gli Spurs hanno fatto capire che senza Kobe i Lakers hanno poche possibilità.
La serie tra Memphis e Clippers potrebbe invece essere la più equilibrata e arrivare fino a Gara 7, ma entrambe non dovrebbero essere un problema per Westbrook e Co.
I Nuggets – favoriti su GSW visto anche l’infortunio di Lee – e il loro atletismo potrebbero essere un ostacolo ben più grande per la squadra di Coach Pop, ma le assenze di Faried e Gallinari si faranno sentire alla lunga. Un plauso comunque a Karl e ai suoi ragazzi, tra le realtà migliori della Lega.

 

Queste dunque le previsioni del mio Bracket personale.
Pronte ad essere ovviamente smentite. Come sempre.
E scusate se non ci ho messo il vincitore.

 

Ps. Che peccato accingersi ai Playoff e fare a meno di gente come Kobe, il Gallo, Rondo o Rose.
Avrebbero senza dubbio spezzato gli equilibri, da una parte e dall’altra.

Marquez fa l’americano, Pedrosa e Lorenzo guardano. E il Dottore gli passa lo scettro

Catalano, acquario, classe 1993. L’identikit di Marc Marquez, il nuovo fenomeno del motociclismo mondiale.
Il più giovane vincitore di un Gp nella classe regina del Motomondiale, uno che è predestinato dal giorno in cui è nato, o da quello in cui ha messo la mano sul manubrio per aprire il gas la prima volta.

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In Texas ha fatto tutto lui: pole e vittoria.
Ha frantumato tutti i record, segnato i giri migliori, fatto impazzire i suoi avversari e compatrioti Pedrosa e Lorenzo.
In un circuito tra i più difficili del circus stagionale ha impresso il suo marchio, quello che i ragazzini delle classi minori hanno sopportato per anni, come può sopportarsi una tirannia destinata a durare tanto.

Sarà la prima di una lunga serie, perchè se Lorenzo, Pedrosa e Stoner – i tre più grandi avversari di Valentino Rossi in questi anni – non sono mai sembrati eredi capaci di raccogliere anche la sua continuità, Marquez potrebbe esserne l’erede designato.
E infatti proprio il Dottore, che ieri ha finito sesto con tanti, troppi problemi, è stato il primo ad avvicinarlo per passargli figuratamente lo scettro. Forse non ancora completamente per questa stagione, ma in un futuro prossimo si, perchè il giovane spagnolo non vuole fermarsi qui.
All’identikit del primo rigo aggiungeteci anche 2 titoli mondiali, tra 125 cc e 250 cc.
Più predestinato di cosi.

Juve Campione. Per il Napoli un punto guadagnato. E intanto il Siena..

Con la vittoria dell’Olimpico nel posticipo del Monday Night del trentaduesimo turno la Juve ha in pratica formalizzato lo scudetto, staccando a +11 le inseguitrici in una corsa che, per carità, era già scontata e vinta ben prima della ara contro la Lazio.
Il risultato di Roma certifica che il pareggio tra Milan e Napoli della sera prima non può essere altro che un punto guadagnato solo per gli azzurri che sono davanti ai rossoneri di quattro lunghezze; in una gara vibrante solo per metà, il Milan avrebbe dovuto fare bottino pieno per sperare di agguantare poi la seconda posizione, e invece il coraggio degli avversari e le proprie colpe non hanno permesso di portarsi a casa l’intera posta in palio.
Certo, non è ancora detto nulla: nel campionato a tre punti, quattro lunghezze di distanza nelle restanti sei partite sembrano un’inezia, ma nei prossimi due turni potrebbe decidersi il giro.

 

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Tutto quel che accade dietro è piena bagarre.
Sia per quanto riguarda la zona europea, con la Fiorentina una spanna sopra le altre anche dopo la vittoria di Bergamo, la Roma in netta ripresa con il 2-1 a favore di Torino, mentre Inter e proprio la Lazio, non riescono ad uscire dal periodo difficile con risultati magri che mettono in ansia l’intera stagione.
I nerazzurri hanno perso quattro delle ultime cinque, e Stramaccioni vede la panchina sfuggirgli dalle mani, per la Lazio invece un momento no che coincide con l’uscita dall’Europa.

 
Ma è vibrante anche la situazione in fondo alla classifica.
Se finisse oggi, Palermo e Genoa sarebbero le retrocesse in Serie B, insieme al Pescara più annunciato, un dato che ad inizio campionato avremmo snobbato con poche credenziali. Salvo invece sarebbe il Siena, e che miracolo sarebbe?
Sei punti di penalizzazione, un calciomercato invernale di sola uscita e un uomo venuto da lontano, quell’Emeghara, che sembra poter trascinare i toscani nell’Olimpo delle imprese italiane di sempre.

 

Come finirà? Ancora sei settimane..